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Testa di Giove Scolpita in Marmo Rosso di Verona - Italia XVI°/XVII° Secolo

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Scultura in pregiato marmo rosso di Verona, raffigurante la testa di Giove, realizzata da abile mastro scultore tra il 1550 ed il 1630 circa. Con tutta probabilità l'opera fu commissionata da importante nobile famiglia del nord Italia per arricchire i sontuosi arredi; è da escludere che facesse parte di un insieme più grande in quanto la scultura è decorata a tutto tondo.
Le sue dimensioni sono: Altezza 24 cm, Larghezza 20 cm e Profondità 12 cm. Il suo peso è di 12 Kg circa.
Eccellenti condizioni di conservazione.

Giove (latino Iupiter o anche Iuppiter — accusativo Iovem — o Diespiter) è il dio/divinità suprema (cioè il re di tutti gli dèi), della religione e della mitologia romana i cui simboli sono il fulmine e il tuono: dio latino simile alla divinità della mitologia/religione greca Zeus o Tinia in quella etrusca.
Nume tutelare nell'epiteto di Giove Ottimo Massimo dello Stato romano aveva a Roma il suo santuario principale sul Campidoglio, dove era venerato in età arcaica nella triade Giove-Marte-Quirino, poi evolutasi in età repubblicana in Giove-Giunone-Minerva.
Al suo culto era consacrato il flamine maggiore chiamato Flamine diale, il quale rivestiva una particolare importanza e sacralità in quanto quasi personificazione vivente di Giove, di cui celebrava i riti, godeva di grandi onori, ma, proprio per la sua funzione, era sottoposto a molteplici limitazioni e tabù i più importanti dei quali erano che non poteva lasciare la città per più di un giorno, questo limite fu portato da Augusto a due giorni e non poteva dormire fuori dal proprio letto per più di tre notti.
Nell'arte veniva sculturato in marmo dai romani, in bronzo dai commercianti greci.
Gli amori di Giove sono per lo più una versione latina delle amanti e dei figli di Zeus; fanno eccezione alcuni nomi, come Circe, da cui avrebbe avuto Fauno, e Larba, il re africano, che avrebbe avuto da una ninfa, Garamantide. Secondariamente si raccontava dei suoi amori con la figlia Venere, con cui generò Cupido.
I Romani consacrarono l'albero del Noce a Giove: infatti il suo nome scientifico "Juglans Regia", utilizzato ancora oggi, deriva dalla contrazione dell’espressione latina "Lovis Glans" (ghianda di Giove) e dall'epiteto specifico "regia" che ne sottolinea l'importanza.
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